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Come non cresce una società: il problema del gender gap

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Come non cresce una società: il problema del gender gap

VincenzoVitale
4 Maggio 2020

Le polemiche dell’ultima settimana che hanno riguardato la giornalista Rai Giovanna Botteri, hanno riaperto un acceso dibattito su un argomento tanto ostico quanto complesso. Con la sua risposta, la giornalista ha infatti spostato il focus del dibattito su un piano molto più generico, vale a dire quello del body shaming, ma soprattutto del gender gap.
L’Italia è al 14esimo posto in Ue per uguaglianza di genere, del resto anche la politica italiana si è interrogata sul problema di una componente femminile ridotta o quasi assente nella classe dirigente, introducendo le quote rosa, che nonostante le finalità “nobili”, sono state ampiamente criticate come una stortura della democrazia e sono state criticate da una parte stessa della classe dirigente femminile che aveva il timore che questo “trattamento privilegiato” le mostrasse come genere con “minori possibilità”. In realtà, come è accaduto anche in altri Stati, ad esempio Svezia e Norvegia, dove le quote rosa sono state introdotte negli anni ‘80 e ’90, l’obiettivo del legislatore è stato quello di sopperire a questa disparità di presenza fornendo degli esempi affinché altre donne decidessero di intraprendere la stessa carriera.
Spostando il focus sul mondo dell’imprenditoria, il raggiungimento della parità di genere rappresenta un problema globale, le retribuzioni sono mediamente più basse di quelle dei colleghi uomini, minori possibilità di fare carrieraruoli all’interno di organigrammi aziendali assolutamente sbilanciati.
Ed ecco come è complice la società che mostra sempre una perfezione anche estetica assolutamente inarrivabile, e di conseguenza anche la capacità di auto-valutarsi in modo corretto che è fondamentale per la carriera aziendale risulta falsata sulla base dei modelli prodotti.
Nell’analisi riportata nel “Mastercard Index of Women Entrepreneurs 2019”, l’Italia si attesta solo al 45°posto nel mondo.
Una direzione inversa rispetto ai dati letti fino ad ora è rappresentata dalle società quotate, molto probabilmente grazie agli effetti della legge Golfo-Mosca 120 del 2011, la parità di genere nei consigli delle società quotate passerà al 40% già nei prossimi anni.
Per le PMI italiane la situazione è ben diversa, l’Osservatorio Imprenditoria Femminile di Unioncamere – InfoCamere riporta che il numero di imprese guidate da donne continua a crescere passando al 21,86% rispetto al 21,76% dell’anno precedente, superando il milione e trecentotrentamila unità, ma solo 1 attività su 5 è guidata da donne. Le donne hanno nel 60% dei casi meno di 40 anni, con un livello di istruzione mediamente più elevato dei colleghi uomini (il 20,8% ha una laurea, contro il 16,1% dei colleghi imprenditori).
Nell’universo delle startup la situazione non è migliore, tutt’altro.
Secondo il Report del MISE, al terzo trimestre del 2019 soltanto il 13,46% delle startup in Italia è a prevalenza femminile e che quelle in cui è presente almeno una donna nella compagine societaria sono meno della metà, 43,1%.
Concludendo, le cause di tale divario sono diverse e dipendono da molti fattori, sono legate all’area geografica che andiamo a considerare, all’approccio culturale, alla carenza di infrastrutture per aiutare le donne ad entrare o tornare nel mercato del lavoro, e alle difficoltà di conoscere modelli nei quali identificarsi.
Un dato emblematico che riassume quanto detto, è descritto dal titolo di un articolo del New York Times del 2018: “Nei corridoi del potere americano, è più facile trovare un uomo chiamato John che una donna”.

Riferimenti:

[1]https://www.repubblica.it/politica/2020/03/08/news/8_marzo_sondaggio_gender_gap-250558098/

[2]https://forbes.it/2019/11/21/imprenditoria-femminile-i-paesi-migliori-per-le-donne-imprenditrici/

[3]https://www.salesforce.com/it/blog/2020/02/imprenditoria-femminile-PMI.html

[4]https://www.startingfinance.com/approfondimenti/gender-gap-nel-mondo/

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