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In fuga dalla Silicon Valley

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In fuga dalla Silicon Valley

CristianoMasetto
1 Giugno 2020

A volte una regione geografica può diventare il simbolo di qualcosa di molto più grande, può segnare un avvenimento epico, può contraddistinguere un’epoca storica, può essere simbolo di una rivoluzione senza precedenti.

Capita così che con il nome di una città possano identificarsi interi secoli, o il nome di uno Stato porti inevitabilmente a celeberrime associazioni, il nome di un continente possa identificare il sogno di una vita migliore.

Da questo punto di vista la Valle del Silicio (Silicon Valley) ha indubbiamente avuto un’accezione mitica, nell’immaginario comune, un luogo più vicino al giardino dell’Eden che ad un polo tecnologico, la realizzazione perfetta della città di un tempo troppo lontano per essere semplicemente presente. Idee innovative, sviluppo continuo, il luogo adatto per dare una casa ai propri sogni e vagonate di miliardi messi a disposizione per realizzarli, questo ha fatto della parte meridionale della San Francisco Bay Area la nuova “America” all’interno dell’ “America”.  

Se il simbolo rimane comunque scolpito nei secoli dei secoli, fattori umani molto meno nobili e molto più pratici spingono, molto spesso, ad interrompere l’epoca d’oro di una regione che sembrava destinata a non finire mai.

Nel 2018 i colossi tecnologici made in USA hanno avviato una serie di azioni indicative del livello di sovraccarico della Valle.

Apple, ad esempio, annunciò la creazione di un campus in Texas, così come Amazon che optò per New York come casa di un secondo quartier generale, stessa cosa per Google, che dopo un aumento della sua presenza nella Grande Mela scelse di investire a Pittsburgh (Pennsylvania).

Due anni possono sembrare un breve intervallo, ma quando si ha a che fare con il mondo tech si può trattare di un’era geologica, in questo senso l’epidemia da Covid19 ha segnato un importante checkpoint.

Se, infatti, la Silicon Valley si è dimostrata ben più reattiva rispetto ad altre zone degli States nell’affrontare la pandemia, lo stop forzato ha fatto emergere i limiti del sistema economico della regione.

In primis, la bolla del mercato immobiliare. Il prezzo dei locali commerciali è prevedibilmente crollato, ma a preoccupare (forse) di più è stato il crollo del valore degli immobili di lusso a San Francisco (-40%).

In secondo luogo il crollo delle valutazioni delle startup. Con il livello di incertezza attuale, i venture capitalists hanno visto un calo nella valutazione delle startup in portafoglio e, tranne rarissimi casi (connessi a quelle realtà che potrebbero attivamente partecipare alla realizzazione, ad esempio, di un vaccino) si prevede un calo medio delle valutazioni che si aggira intorno al 40%.

Terzo punto, nuove modalità di lavoro. Lo sviluppo dello smart working ha cambiato il modo di intendere e vedere il lavoro in Valley, a differenza del passato, infatti, anche gli investitori stanno iniziando ad apprezzarlo per la malleabilità che ne deriva, rendendolo in grado di poter affrontare con maggiore elasticità anche le crisi future, ma non è tutto. Questa esperienza ha indicato una strada nuova ai lavoratori della Valle, a fronte della chiusura degli uffici molti stanno ripensando le loro sistemazioni dal punto di vista abitativo. Questo punto si collega indissolubilmente al primo. La Bay Area ha visto – secondo le stime di Bloomberg – 5,4 nuovi posti di lavoro per ogni unità abitativa costruita dal 2011 al 2017. Questo ha portato ad un costo medio di affitto di un appartamento con due camere da letto, nella città di San Francisco, superiore di oltre due volte la mediana degli USA. Di fronte alla decisione di Google e Facebook di non far tornare la maggior parte dei lavoratori prima della fine dell’anno (così come Twitter ha comunicato ad alcuni lavoratori la possibilità di continuare a lavorare da casa), molti dipendenti stanno ora ragionando sulla possibilità di spostare la propria residenza in località limitrofe con un mercato immobiliare più economico.  

fonte https://www.bloombergquint.com/businessweek/tech-workers-consider-escaping-silicon-valley-s-sky-high-rents

Sono molte le ragioni che stanno spingendo alla fuga dalla Silicon Valley, oltre a quelli già analizzati, sussiste un problema collegato al bacino dal quale attingere nella ricerca di lavoratori qualificati, quello della Valle risulta sempre più limitato per due motivi:

  • Il primo è legato al costo della vita, decisamente troppo alto per permettere a giovani professionisti di grandi speranze di aprire il loro unicorno all’interno del garage di casa;
  • Il secondo ha a che fare con le politiche restrittive del Presidente Trump sull’immigrazione, che rendono difficile “pescare” oltre confine i nuovi talenti, e questo tende a spingere i colossi Tech ad investire anche fuori dal territorio degli States.

Secondo gli osservatori, la crisi della Silicon Valley è palese, l’Economist già nel 2018 presentò una copertina dal titolo Peak Valley, ad indicare il picco (e quindi il successivo declino) della Valle, con un articolo intitolato “Why startups are leaving Silicon Valley”. L’articolo si apriva con una frase che – forse – rimarrà a futura memoria:  

 “ ‘LIKE Florence in the Reinassance’. Questa è una descrizione di come è vivere in Silicon Valley”.

[1] https://www.economist.com/leaders/2018/08/30/why-startups-are-leaving-silicon-valley

[2] https://alleyoop.ilsole24ore.com/2020/05/05/silicon-valley/

[3] https://www.ilsole24ore.com/art/apple-amazon-google-e-fuga-silicon-valley-AEe0Nv0G?refresh_ce=1

[4] https://www.bloombergquint.com/businessweek/tech-workers-consider-escaping-silicon-valley-s-sky-high-rents

[5] SARAH FRIER: “Escape from the Valley”. Bloomberg Businessweek, 18 maggio 2020  

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