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Una nuova visione dello sport

Una visione nuova dello sport: tra funzione socio-educativa e valorizzazione del talento locale

Una visione nuova dello sport: tra funzione socio-educativa e valorizzazione del talento locale 446 317 Incubatore SEI

Vivere all’estero ti apre la mente, viene spesso ripetuto. Ti consente di acquisire nuove conoscenze, di guardare alle cose con una prospettiva diversa, di verificare il funzionamento di certi meccanismi che potrebbero essere replicati anche nel proprio contesto di provenienza. La mia esperienza non fa eccezione.

Autore: Francesco Adessa

Da quando sono arrivato in Inghilterra, ormai nel 2014, ho potuto constatare l’importanza endemica che riveste lo sport nella società inglese. E non si tratta soltanto della presenza della Premier League, o della rilevanza assunta da altri sport che in Italia sarebbero considerati minori, come il rugby e il cricket. Non si tratta neppure dell’enorme fioritura di dipartimenti universitari dedicati allo sport: io stesso lavoro in una “School of Sport”, che comprende la divisione sport science, la divisione sport coaching e la divisione sport management. Si tratta di una centralità attribuita allo sport nello sviluppo fisico e sociale della persona fin dalla tenera età.

Ancora quest’anno, dopo ormai otto anni in Terra d’Albione, sono stato stupito dal fatto che il figlio di due colleghi, età sei anni, pratichi regolarmente due sport: uno, il calcio, diffusissimo; l’altro, hockey su ghiaccio, assai meno diffuso. E con praticare regolarmente intendo un allenamento a settimana per ciascuno sport, più partita di calcio il sabato mattina e partita di hockey la domenica. Questo si aggiunge alle due ore di educazione fisica settimanali praticate fin dalle scuole elementari, dove educazione fisica viene intesa in senso letterale: agli studenti viene insegnato a giocare a calcio, rugby, cricket e altri sport. Con il risultato che, fin da piccoli, gli Inglesi vengono a contatto con almeno 4-5 sport diversi, ne imparano le regole, imparano ad apprezzarli. Questo contribuisce a maggiori opportunità di socializzazione, laddove i bambini entrano in contatto con gruppi diversi di coetanei, e ad una maggiore seguito per sport diversi dal calcio anche quando i bambini saranno diventati adulti. Una differenza enorme rispetto all’Italia, dove i bambini tendono a praticare un solo sport alla volta, e il calcio tende a monopolizzare l’attenzione.

Pertanto, una visione nuova dello sport parte da una cultura nuova dello sport, che ne valorizzi l’aspetto sociale ed educativo e non si limiti alla divinizzazione del calcio, ma promuova tutti gli sport. Questa cultura nuova porterebbe ad enormi benefici anche e soprattutto nelle piccole città. Ne rafforzerebbe il tessuto sociale e il senso di comunità, grazie alle maggiori opportunità di socializzazione derivanti dalla pratica di sport diversi, non solo per i bambini, ma per gli stessi genitori. Condurrebbe all’emergere di un maggior numero di specializzazioni territoriali di eccellenza (tipo la famosa scuola di scherma di Jesi), che non coinvolga necessariamente gli sport di massa, e ad un aumento dell’occupazione, in virtù del maggior numero di coach e formatori richiesto per la pratica dei diversi tipi di sport, ed in generale del maggior numero di società sportive. Determinerebbe un approccio nuovo anche alla gestione dell’attività senior, laddove troppe risorse sono spese in categorie dilettantistiche o semi-professionistiche con il solo obiettivo di vincere campionati rivolgendosi ad atleti non locali, mentre troppo poco viene fatto per consentire agli atleti locali di continuare l’attività sportiva al fine di renderla una vera e propria attività professionale o semplicemente di combinarla con l’attività lavorativa principale. 

Questo approccio potrebbe essere traslato anche alle società professionistiche, che avrebbero un maggiore bacino di atleti da sviluppare nei propri settori giovanili e portare nelle prime squadre, con inevitabili benefici dal punto di vista economico finanziario derivanti dalla minore necessità di spendere per acquisire atleti da altre società e dalla possibilità di rivendere a società più importanti i talenti migliori formati in casa, rientrando dell’investimento iniziale fatto appunto per la formazione dell’atleta. Ma – di nuovo – anche dal punto di vista del rapporto con la comunità, che si sentirebbe inevitabilmente ancora più legata ad una società che tende a valorizzare il talento locale.

Il sì del Senato all’introduzione di un nuovo comma dell’articolo 33 della Costituzione, secondo cui “La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”, è soltanto un primo passo nella direzione di questa nuova cultura dello sport. Tanto ancora bisogna fare, perché cambiare la cultura di un Paese – anche se relativamente ad un singolo ambito come quello dello sport – è un percorso lungo e difficile. Che però porterebbe ad indubbi benefici, specialmente nei piccoli centri. 

FRANCESCO ADESSA

Laurea in Scienze Politiche e Dottorato in Economia presso l’Università di Salerno. Master in Economia presso la University of Essex, e in Sport Business presso la Strategies Business School. Docente in Sport Business Management presso la Leeds Beckett University. Ricercatore in Economia e Business dello Sport, autore o co-autore di numerose pubblicazioni su riviste accademiche nazionali e internazionali.

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La generazione YOLO e la ripartenza dei Millenials

La generazione YOLO e la ripartenza dei Millenials 446 317 Incubatore SEI

Le prospettive economiche cambiano, così come le scelte di vita che si trasformano radicalmente nel mondo post-pandemia. I Millennials hanno voglia di essere protagonisti e sperimentare, e costruire partendo dal “qui ed ora”.

Autrice: Ilaria Salzarulo

Sempre più spesso si sentono storie di persone che decidono di dare un taglio netto al passato e operano cambiamenti drastici nel loro presente professionale e personale. Non è un caso sporadico, ma un fenomeno in crescita con numeri impressionanti: nel 2021 in Italia è stato registrato un boom di startup innovative (+40%) e di imprese individuali (i freelancer +34%) rappresentando il 93% delle
imprese costituite nell’anno.

In altri termini, l’anno scorso ogni giorno abbiamo avuto oltre 700 persone che hanno aperto una partita IVA o una piccola società. Dietro questi numeri ci sono migliaia di storie, molto spesso di donne che hanno dovuto lasciare il proprio lavoro per dedicarsi a persone fragili, magari alle loro famiglie, e hanno dovuto ridisegnare i confini delle loro ambizioni. Ma c’è di più.

Stereotipi e carriere dorate

Fino a qualche decennio fa, il mondo del lavoro in particolare per i laureati, era visto come un firmamento nel quale proiettarsi viaggiando in Maserati e con stipendi dai sette zeri in su. Era sufficiente, così si diceva, fare qualche anno di “gavetta”, trovare il giusto giro di capi e legarsi a team vincenti per decollare. Se eri un giovane ingegnere o economista (uomo, in special modo) il gioco era fatto. Non c’era bisogno di conoscere fluentemente almeno due lingue, di aver fatto esperienze internazionali, di competenze digitali avanzate né di referenze di alto livello.

Con l’arrivo della trasformazione digitale agli inizi del 2000, alcuni, ormai stufi delle solite dinamiche professionali e consapevoli di aver ottenuto il massimo dal lavoro, hanno deciso di cambiare tutto. Qualcuno ha aperto un ristorante, altri piccole società di consulenza per lavorare con i clienti del vecchio impiego, altri ancora si sono reinventati attraverso attività più eclettiche come lo yoga o il life coaching.
Per farla breve: nuove prospettive stimolanti (e redditizie).

Gli anni 90 e i suoi figli

La nostra generazione, quella dei Millenials (nati tra il 1984 al 1996 circa, ndr), ha ereditato un modello di carriera e, conseguentemente, di successo che ha cominciato a perdere potenza sotto i colpi di una serie di fenomeni che si sono susseguiti negli ultimi tre decenni: prima la bolla dot.com che ha dato l’avvio ad una nuova era, quella di internet e delle big tech; poi la crisi finanziaria del 2008; e infine la crisi economica provocata dalla pandemia del 2020 alla quale, come se non bastasse, si è aggiunta la guerra voluta da Putin. Tutto questo ha trasformato la società, aprendo la possibilità di vivere in un villaggio globale grazie alle tecnologie digitali e, contemporaneamente, mettendo in crisi la stabilità e la linearità dei cicli delle nostre economie e delle prospettive sul futuro.

L’effetto è stato che i valori di questa generazione sono mutati: le prospettive future perdono ormai di senso, schiacchiate e assottigliate dall’instabilità contemporanea, lasciando il posto all’unica cosa che ormai conta: l’oggi, il “qui ed ora”. È infatti proprio nell’oggi che si costruisce, un’esperienza alla volta, un domani fatto di presenza, condivisione, emozioni ed autenticità.

Le Grandi Dimissioni

Ebbene, dalla primavera del 2021 ha preso forma un fenomeno sempre più ampio di millennials che lasciano il loro lavoro stabile per dedicarsi a progetti completamente nuovi, o magari per “mettersi in proprio”. Gli Stati Uniti sono stati i primi a vivere questa “diaspora” volontaria, con una media di 4 milioni di dimissioni al mese. Un’inchiesta di Ypulse ha rivelato che nel 2021 in Europa Occidentale il 20% dei Millennials ha lasciato il proprio posto di lavoro. E, come in Usa, anche nel Vecchio Continente le cause sono riconducibili sia alla ricerca di migliori opportunità e paghe più alte, sia a una maggiore attenzione alla tutela della propria salute mentale e alla ricerca di un “work-life
balance” più sostenibile.

In Italia nell’estate 2021 le dimissioni volontarie hanno superato la quota di mezzo milione. In precedenza non si era andati oltre le 436.754 dell’ultimo trimestre del 2019 (fonte: dati INPS).

I possibili perchè

La lunga pausa di lockdown che ci ha visti fisicamente fermi, ci ha fatto mentalmente viaggiare su frequenze lunghe che spesso abbiamo ignorato nella frenesia del quotidiano. Ci siamo osservati dall’esterno andando oltre il rumore di un circuito saturo di alte aspettative e falsi miti.

Abbiamo riconsiderato la nostra vita in una nuova luce che dia importanza alle cose semplici e veramente importanti: la salute, gli affetti, le persone vere, la natura. Questo processo ha inevitabilmente colpito anche la cultura del lavoro, che viene sempre più valutata in relazione al progetto di vita di ogni individuo. Disegnare dei confini, dormire bene, dare priorità alle persone care, concedersi dei giorni di riposo non sono più opzioni, ma imperativi vitali. In quest’ottica, ad esempio, i concetti di rischio e di fallimento assumono una concezione fortemente positiva in virtù della resilienza che comportano: imparare a rialzarsi e farlo sempre più velocemente, rende più forti e flessibili.

E quindi?

Anche senza avere la presunzione di impartire lezioni o la pretesa di cercare “il buono” a tutti i costi, è evidente come, soprattutto per le nuove generazioni, sia diventato assolutamente imprescindibile cercare il proprio “perchè” in questo mondo.

È proprio sotto questa luce che bisogna considerare le testimonianze, come quella riportata, che segnalano, più che una visione allucinata della realtà, l’inizio di un nuovo ciclo, di un rinnovato periodo storico in cui è di prima importanza riflettere sulla propria esistenza in un ecosistema il cui razionale non è più apparente e collettivo, ma celato e individuale, e che spinge ad interrogarsi sul senso di tanti sacrifici e
sull’importanza di “lasciare andare”. E’ il momento giusto per darsi la spinta, darsi da fare da soli e cercare di meglio. D’altronde, con un briciolo di coraggio e consapevolezza di sé, tutto si può fare.

 

ILARIA SALZARULO
Laureata in Economia presso la LUISS Guido Carli, ho lavorato per quasi 10 anni negli ambiti Sales, Marketing e Business Strategy di grandi aziende tecnologiche, delle telecomunicazioni e dei servizi finanziari tra le quali Groupon, Moneyfarm e Accenture. Ho consolidato le mie conoscenze con l’Executive Course Innovation Manager di Sellalab e dal 2020 sono consulente indipendente per la Strategia d’Impresa con la missione di supportare le imprenditrici e gli imprenditori nel realizzare nuovi progetti concentrandomi su 2 aspetti: il modello di Go To Market e le Strategie di Vendita. 

nuove tecnologie e futuro del lavoro

Nuove tecnologie e futuro del lavoro

Nuove tecnologie e futuro del lavoro 446 317 Incubatore SEI

L’attuale dibattito sul futuro del lavoro è in gran parte dominato dalle considerazioni sull’avvento delle nuove tecnologie ed il loro impatto sull’occupazione.

Autore: Silvia Adamo

Già nel 1984 N.J. Nilsson in “Artificial Intelligence, Employment and Income” prediceva i profondi effetti che l’intelligenza artificiale avrebbe avuto sul mondo del lavoro e riscontrava una diffusa paura di vedersi sostituire dalle macchine. Quasi 40 anni dopo, i primi effetti dell’automazione e della trasformazione digitale possono essere osservati, e l’apprensione generale persiste.

Secondo Darrell West, direttore e fondatore del Center for Technology Innovation presso la Brookings Institution, ci si prospetterebbero due scenari a fronte delle sfide dell’automazione: uno è quello distopico in cui dilaga la disoccupazione, la povertà e la disuguaglianza di reddito; l’altro è quello utopico in cui la tecnologia ricondiziona il lavoro esistente in turni più brevi liberando tempo alle persone da dedicare per perseguire i loro interessi, per svolgere attività socialmente utili, e per dedicarsi alla genitorialità.

Tra questi due estremi c’è la realtà attuale, né utopica né distopica, in cui le nuove tecnologie stanno cambiando il mondo del lavoro portando innovazione indiscriminatamente in tutti i settori: Cloud computing, Industrial Internet of Things, Artificial Intelligence, Data Analytics e Big Data rappresentano i pilastri delle tecnologie abilitanti quella che è stata definita la quarta rivoluzione industriale (o Industria 4.0).

L’innovazione tecnologica viene da molti accusata di essere responsabile della distruzione di posti di lavoro. Eppure, la storia dell’umanità è stata attraversata da millenni di progresso tecnologico, dalle prime tecnologie agricole alle macchine della rivoluzione industriale fino agli attuali robot, risultando in un miglioramento delle nostre condizioni di vita. E il numero totale di posti di lavoro, al netto delle periodiche crisi economiche, è sempre andato aumentando. Anche guardando al futuro, secondo lo studio “Robo Sapiens: future of work primer” realizzato da un pool di analisti della Bank of America, è di oltre 12 milioni il saldo positivo di nuovi posti lavoro creati dalla tecnologia entro il 2015.

Questo perché i miglioramenti di produttività ottenuti tramite innovazione tecnologica, anche se richiedono l’utilizzo di meno personale come conseguenza dell’automazione, si traducono contemporaneamente in altre tipologie di investimento: in maggior ricerca e sviluppo, in miglior comunicazione, pubblicità, distribuzione, qualità del servizio al cliente e così via, trasferendo risorse ad altri settori produttivi (ricerca, servizi professionali, trasporti e logistica, software, design etc.) e generando anche in tali settori nuovi posti di lavoro.
Come afferma Joel Mokyr, uno dei massimi studiosi di storia economica globale, “la tecnologia è il motore della crescita economica moderna”.

Questo non vuol dire accettare passivamente la trasformazione tecnologica perché un problema fondamentale rimane ovvero che non tutti nel mercato del lavoro beneficiano allo stesso modo della trasformazione tecnologica. Se è vero che entro il 2025 è prevista la creazione di 97 milioni di nuovi posti di lavoro, nello stesso arco temporale, 85 milioni di posti di lavoro “obsoleti” saranno cancellati dall’automazione. E la disoccupazione non sarà equamente distribuita: la perdita di posti di lavoro graverà soprattutto sui lavori a basso e medio salario, meno qualificati e con compiti routinari e le aziende meno innovative, principalmente nei settori dei servizi di ristorazione, della vendita al dettaglio, della manodopera, del tempo libero e dell’ospitalità.
Dunque, anche se in totale aumenterà l’occupazione, le sfide associate al progresso tecnologico e ai suoi effetti sul mondo del lavoro riguardano per lo più le modalità per arginare le disuguaglianze e le disparità dagli effetti del cambiamento.

Numerosi studi mostrano come l’istruzione sia l’unico fattore in grado di attutire l’effetto dei cambiamenti produttivi e tecnologici sui lavoratori: impiegati con più elevati livelli di istruzioni si trovano meno indifesi di fronte alle innovazioni tecnologiche: riescono ad adattarsi più facilmente ai cambiamenti tecnologici ed in genere occupano un ruolo di rilievo all’interno delle aziende con compiti di presa di decisione e supervisione difficilmente automatizzabili (almeno per ora). Occorrono politiche di formazione e reskilling della forza lavoro ed uno sforzo costante di ciascun Paese per accompagnare i lavoratori attraverso le fasi di transizione in modo da diffondere le competenze necessarie ad utilizzare in modo appropriato le nuove tecnologie ma anche a contribuire alle innovazioni organizzative che le stesse necessitano così da attenuare disagi e disuguaglianze.

L’obiettivo è formare una nuova generazione di lavoratori ed imprese, in cui i confini tra ciò che è tecnologico e ciò che è umano tenderanno ad assottigliarsi sempre di più all’interno di una collaborazione virtuosa di intelligenze complementari. In questo tipo di aziende i vantaggi distintamente umani, tra cui creare una visione, compiere scelte, risolvere problemi in modo creativo e costruire relazioni autentiche con i suoi simili, cresceranno sempre più d’importanza mentre l’automazione eliminerà tutto il lavoro di routine che non necessita della nostra intelligenza.
Il futuro del lavoro si fonderà su una costante sinergia uomo-macchina in cui è compito dell’uomo sfruttare il massimo del potenziale delle nuove tecnologie, la produttività inarrestabile delle macchine, la loro impareggiabile velocità, forza e precisione, a beneficio del sistema industriale e della società nel suo complesso.

In sintesi, la trasformazione tecnologica non è niente di nuovo e la paura che le macchine ci stiano rubando il lavoro non è giustificati dai dati. Tuttavia, ci troviamo in un momento storico in cui la rapidità di sviluppo ed adozione delle nuove tecnologie (a cui ha contribuito anche la pandemia di Covid-19) rischia di produrre una profonda destabilizzazione delle economie e ciò dipenderà dal fatto che, con l’aumentare della potenza delle tecnologie, le imprese avranno sempre meno bisogno di vaste categorie di lavoratori. Le trasformazioni tecnologiche in atto rischiano di lasciare indietro un grande numero di persone ma possiamo imparare a governarle e reindirizzarle in modo che funzionino per le persone e non contro di loro. Solo così possiamo vincere la paura del futuro e della tecnologia, senza bloccare i processi di innovazione fondamentali per la crescita economica.

Fonti:

Bank of America Report (2021). Robo Sapiens: Future of Work Primer. Thematic Investing. BofA Global Research.

Hunnicutt, B. (2020). The Age of Experiences: Harnessing Happiness to Build a New Economy. Temple University Press.

Nilsson, N. J. (1984). Artificial Intelligence, Employment, and Income. AI Magazine, 5(2), 5.

PwC (2018). Will robots really steal our jobs? An international analysis of the potential long term impact of automation.

Rodriguez-Bustelo, C., Batista-Foguet, J. M., & Serlavós, R. (2020). Debating the Future of Work: The Perception and Reaction of the Spanish Workforce to Digitization and Automation Technologies. Frontiers in psychology, 11, 1965.

Spencer, D. A. (2018). Fear and hope in an age of mass automation: debating the future of work. New Technol. Work Employm. 33

World Economic Forum (2016). The Future of Jobs Employment, Skills and Workforce Strategy for the Fourth Industrial Revolution.

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I percorsi dell’innovazione nelle PMI Italiane

I percorsi dell’innovazione nelle PMI Italiane

I percorsi dell’innovazione nelle PMI Italiane 695 489 Incubatore SEI

Come accedere a nuovi modelli di business, fornendo nuove competenze al di fuori del perimetro aziendale attraverso diverse pratiche di Open Innovation.

Autore: Vincenzo Vitale – CEO di Incubatore SEI

Quando parliamo di innovazione si tende a fare riferimento ad una innovazione radicale, o più spesso definita come disruptive. L’esempio perfetto che accompagna tale fenomeno è legato al mondo delle startup, alle storie di successo che leggiamo di team di ragazzi partiti dai garage di casa e giunti con le loro startup sui principali mercati di quotazione internazionali.

Tra le maggiori rivoluzioni dell’ultimo decennio un posto di primo piano è ricoperto dall’ambito della sharing economy, un modello che si basa sulla condivisione dei beni, piuttosto che sull’uso esclusivo della proprietà. Un caso di successo di un team di ragazzi che ha lanciato una startup in ambito di sharing economy è offerto da Airbnb, sviluppatasi e cresciuta nel principale incubatore al mondo, Y Combinator.

Airbnb ha trascinato dietro di sé una rivoluzione del mercato di ricezione turistica, mettendo in discussione l’offerta di player moto strutturati e che operavano da decenni nel mercato degli affitti brevi. Molto spesso la crescita di alcune startup favorita da ingenti capitali ha portato a veri e propri monopoli di fatto, mettendo in secondo piano concetti quali sostenibilità, comunità, rispetto del territorio. Tutto ciò pone delle questioni importanti che tratteremo nei prossimi articoli, interrogandoci sui possibili modelli alternativi di innovazione.

Ritornando agli esempi di successo disruptive, continui e in diversi ambiti, hanno generato degli effetti anche sull’approccio di grandi multinazionali finanche a spingere le grandi aziende ad interrogarsi sulla necessità di innovare e su come attrezzarsi per farlo. Così negli ultimi anni ha preso sempre più forma il concetto di Open Innovation così come definita dall’economista statunitense Henry Chesbrough: “L’Open Innovation è un paradigma che afferma che le imprese possono e debbono fare ricorso a idee esterne, così come a quelle interne, ed accedere con percorsi interni ed esterni ai mercati se vogliono progredire nelle loro competenze tecnologiche”.

Metodologie per utilizzare l’Open Innovation

In sintesi, abbiamo due approcci principali con i quali si mettono in pratica operazioni di Open Innovation:

  • Inbound (ricerca stimoli esterni per fare innovazione all’interno dell’impresa);
  • Outbound (esternalizzare stimoli interni per avviare azioni di innovazione all’esterno dell’impresa)

Molte aziende si sono strutturate con l’attivazione di iniziative specifiche e sistemiche sia per creare nuovi modelli di business sia per fare scouting, o investire in nuovi modelli produttivi. Il Corporate Venture Capital (CVC) è uno dei modelli scelti principalmente dalle grandi corporate e consiste in una forma di investimento di venture capital attraverso il quale un’azienda strutturata e consolidata investe in una startup o in una pmi innovativa con alto potenziale di scalabilità, molto spesso per una quota di minoranza di capitale sociale (equity). Accedendo in questo modo a nuovi modelli di business, fornendosi di nuove competenze esterne al perimetro aziendale.

Molte grandi aziende hanno introdotto l’Open Innovation nella propria agenda e questa tendenza sta crescendo anche per le corporate italiane, almeno quelle più strutturate. Le aziende stanno implementando modelli di collaborazione con startup e scaleup e le attese lasciano ipotizzare che questa tendenza entri a far parte anche delle agende delle piccole e medie imprese.

Fonti:

Startup Finance – Alberto Dell’Acqua, John Shehata

Open Innovation Outlook 2022 – Mind the Bridge 

Open innovation in Italia: ora la scoprono anche le PMI, ma all’estero ci credono di più – Network Digital 360

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