COVID-19 e Globalizzazione: perché il virus potrebbe cambiare il mercato globale - Incubatore SEI

COVID-19 e Globalizzazione: perché il virus potrebbe cambiare il mercato globale

COVID-19 e Globalizzazione: perché il virus potrebbe cambiare il mercato globale

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La sopraggiunta pandemia causata dal Covid-19 ha avuto effetti molto importanti sul sistema produttivo italiano e internazionale.

La rapida diffusione del virus è avvenuta in un momento molto delicato in cui il sistema della globalizzazione era già seriamente minacciato dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e dalla crescente incertezza sul futuro del libero scambio in generale.

Non è la prima volta che un evento anomalo di natura accidentale produca effetti di vasta portata sui mercati internazionali, basti pensare al terremoto con conseguente Tsunami del 2011 in Giappone. In quel frangente, come in tanti altri, il modello commerciale basato sulla globalizzazione venne ritenuto stabile e poco suscettibile ad una sua messa in discussione.

Perché questa volta dovrebbe essere diverso?

Il coronavirus, l’emergenza sanitaria e la crisi economica che ha generato hanno messo a nudo l’intero sistema. A sgretolarsi è il mondo come lo conoscevamo fino a ieri. Il virus ha interrotto le intere filiere globali mandando molte aziende in crisi. Il conflitto USA-Cina messo da parte con l’esplosione del coronavirus, non è stato risolto e potrebbe riaccendersi ancor più violentemente a seguito delle recenti tensioni politiche. Le aziende non possono più dare per scontato che gli accordi tariffari stabiliti nelle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio verranno rispettati impedendo un improvviso aumento del protezionismo.

Allo stesso tempo, Covid -19 ha messo in luce la grande influenza della Cina sul mercato globale. Basti pensare che molte delle migliori aziende del mondo hanno strutture nella provincia di Hubei e nello specifico a Whuan dove è iniziata l’epidemia. Hubei è inoltre un centro manifatturiero ad alta tecnologia, sede di aziende locali e straniere altamente integrate nelle industrie automobilistiche, elettroniche e farmaceutiche. Lo scoppio del coronavirus ha causato interruzioni alle catene di approvvigionamento di tutti i continenti prima che il covid-19 venisse riconosciuta come pandemia.

Molti paesi stanno ora scoprendo quanto dipendono dalle forniture dalla Cina. Ad esempio, quasi tre quarti dei fluidificanti del sangue importati dall’Italia provengono dalla Cina. Lo stesso vale per il 60% degli antibiotici importati dal Giappone e il 40% importati dalla Germania, Italia e Francia.

Vincenzo Baglieri, docente dell’Università Luigi Bocconi di Milano, in una recente intervista spiega molto bene quelli che sono i limiti del sistema attuale «Negli ultimi 20 anni abbiamo creato sistemi economici basati su una supply chain, la catena di produzione e distribuzione, globale. Oltre a questo abbiamo sviluppato anche un modello di produzione just in time, dove tutto viene prodotto e consegnato al cliente in tempi brevi. Molte aziende al di fuori della Cina si occupano soprattutto di assemblare. Hanno magazzini molto ridotti e senza forniture possono garantire, nella maggior parte dei casi, quattro settimane di produzione». Diventa intuitivo comprendere come molte aziende si siano ritrovate in difficoltà nel pieno dell’emergenza non avendo un’alternativa conveniente ai ben più noti distributori con sede in Cina.

L’emergenza economica potrebbe non cessare con la fine dell’epidemia.

Le recenti tensioni politiche tra Usa e Cina legate all’origine del virus, potrebbero portare ad una esacerbazione del conflitto a cui potrebbero partecipare anche altri paesi.

Difatti proprio l’Australia, il Canada, la Nuova Zelanda, il Regno Unito e gli USA, appartenenti all’alleanza dell’intelligence Five Eyes, hanno accusato la Cina di aver mentito sulla trasmissione umana del COVID-19 e di non aver fornito adeguate informazioni in merito. Per David Sokulsky, CEO e chief investment officer di Concentrated Leaders Fund la situazione potrebbe peggiorare tanto da coinvolgere molti più Paesi arrivando ad una guerra commerciale come quella che abbiamo già avuto, ma, potenzialmente, su una scala decisamente peggiore rispetto a quella dello scorso anno.

Ciò aggiungerà un ulteriore livello di incertezza sulle politiche commerciali. Le aziende saranno costrette a ripensare le loro catene globali. Queste catene sono state modellate per massimizzare l’efficienza e i profitti ma con lo svantaggio di un sistema che richiede che tutti i suoi elementi funzionino come un orologio perfettamente sincronizzato.

Anche se l’attuale pandemia ha distolto l’attenzione dal problema dei cambiamenti climatici, la minaccia per il pianeta non è scomparsa. In assenza di una risposta coordinata a livello globale, è possibile aspettarsi altri eventi problematici sotto forma di fenomeni meteorologici estremi o ulteriori focolai infettivi. Considerando dunque i recenti effetti del covid-19 o l’effetto che i cambiamenti climatici hanno puntualmente sul mercato economico, il sistema di globalizzazione sembra mostrare sempre più limiti nel configurarsi come un modello rassicurante e stabile.

Secondo Beata Javorcik, economista polacca e ai vertici della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, la resilienza diventerà la nuova parola d’ordine. Le imprese dovranno pensare di più a diversificare la propria base di fornitori per proteggersi da interruzioni nella catena di distribuzione per qualunque genere di problema: commerciale, politico o sanitario. Ciò significa aumentare i depositi di merce, costruire in ridondanza, rivedere accordi e alleanze commerciali.

In un mondo del mercato globale che scopre la propria fragilità con l’impatto della pandemia Covid-19, nasce impetuosa l’esigenza di un cambiamento rapido che possa portare ad una maggiore stabilità delle filiere produttive, anche se questo potrà avere conseguenze sulla qualità e sui costi che potranno subire un aumento. Le imprese dovranno inoltre valutare anche la resilienza dei loro fornitori di secondo e terzo livello. Potremmo assistere ad un reshoring, i nuovi Stati membri dell’UE e la Spagna potrebbero vedere una crescita dell’occupazione manifatturiera. Potrebbero essere create opportunità per paesi che non erano mai stati in cima alle liste degli investitori.

Tuttavia la Javorcik sembra rassicurare sul fatto che il coronavirus non porrà fine alla globalizzazione, ma la cambierà inevitabilmente. Le aziende dovranno adattarsi per avere successo ed essere più resilienti ai cambiamenti che impattano sul mercato globale.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/settori-rischio-dove-il-mondo-e-la-cina-ripensano-le-catene-di-fornitura-25436

https://www.open.online/2020/02/08/in-cina-chiudono-le-fabbriche-e-ci-ricordano-quanto-siano-essenziali-anche-per-la-produzione-europea/

https://it.euronews.com/2020/03/12/industria-il-virus-interrompe-la-filiera-globale-le-aziende-temono-la-crisi

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